
La mancata classificazione dell’Italia, campione del mondo per quattro volte e per tre volte non qualificata, costringe tutto il sistema a un ripensamento coraggioso e non più rinviabile. Il calcio deve ricominciare dai vivai e dalle scuole di quartiere, formando e poi valorizzando i giovani atleti investendo sul territorio. Basta finanza miliardaria, basta anaffettività verso squadre che rappresentano tradizioni calcistiche secolari legate al territorio, basta facili guadagni per società spesso di comodo e procuratori spregiudicati, basta facili speculazioni su calciatori esotici di basso livello. Un conto è cercare di acquistare Maradona, Falcao e Van Basten, altro conto è reclutare delle sonore mediocrità per non dover faticare nello sviluppo del vivaio.
Le squadre non possono più essere rappresentate al 70% da stranieri, molti dei quali di passaggio nel campionato italiano. Non c’è dubbio che Gabriele Gravina abbia esaurito il suo compito e debba lasciare il passo, ma le sue dimissioni rischiano di non essere sufficienti se non si salverà quel poco di sport che sopravvive nel calcio, sempre più un affare e sempre meno disciplina.