Re-Residenzialità: dalle borgate ai borghi, per riscoprire le bellezze di un’Italia straordinaria

di Fabio Rampelli

La destra italiana è da sempre molto attenta nei confronti dei borghi e delle aree interne della nostra Italia, fatta di tradizioni locali ed eccellenze che difficilmente hanno trovato spazio nel turismo più commerciale; una questione da sempre nei nostri pensieri, nei nostri programmi e nelle nostre azioni concrete. Sappiamo che la tendenza è lo spopolamento dei borghi ma restiamo comunque impressionati dagli inquietanti dati che mostrano un pianeta nel 2050, praticamente domani, in cui il 70% della popolazione sarà concentrata nelle grandi aree metropolitane.

Eppure, un grande campanello d’allarme era stato lanciato all’epoca del Covid-19, con l’accertamento scientifico dei rischi della concentrazione della moltitudine, con tutte le conseguenze del caso dal punto di vista della profilassi e dei provvedimenti d’emergenza volti al contenimento della pandemia. Persino noti urbanisti, certamente non vicini alle nostre idee, hanno avuto così modo di riscoprire la cultura dei borghi, dei villaggi e delle comunità, sia dal punto di vista della residenzialità, sia dalla capacità attrattiva: due questioni che marciano di pari passo e che non sono assolutamente in conflitto tra di loro.

Sappiamo perfettamente che il turismo si fonda non solo sull’osservazione di musei, centri storici, bellezze e panorami, ma anche sulla socialità, su quello che incontri o che pretendi di incontrare quando visiti un centro storico o un borgo, fosse anche deserto dal punto di vista degli abitanti. La vita del villaggio ha infatti un altro sapore e sarebbe meno attrattivo se non si estrinsecasse financo attraverso dei buoni sentimenti, il pathos e gli altri beni immateriali rappresentati dalla vita nel borgo.

Dobbiamo per questo intestarci, e sarà difficile visto la premessa che ho fatto, una sorta di processo di re-residenzializzazione. Il Governo Meloni ha messo in campo le giuste intuizioni, ora è necessario lavorare sulle infrastrutture, sulla rete e sui collegamenti. Se i borghi fossero facilmente raggiungibili dalle grandi aree metropolitane probabilmente non esisterebbero quelle periferie dove oggi si stanno sviluppando i fenomeni che conosciamo e che non sono affatto rassicuranti.

Le periferie sono state immaginate come grandi borgate ma è ora anche qui di fare un salto di livello. Il borgo funziona dal punto di vista della capacità di riscoprire i legami, le relazioni sociali, il senso d’appartenenza, le radici, le tradizioni, la comunità: passiamo allora dalla concezione di borgata alla concezione di borgo. Ogni pezzo della periferia di Milano, Napoli, Torino, Bologna, Roma, Firenze, Bari, dovrebbe essere concepito come borgo perché funziona, perché è armonia, è capacità di mettere la persona umana al centro della vita quotidiana. Nelle distese sconfinate delle grandi città, nelle borgate che ancora non sono borghi ma periferie, la persona umana semplicemente non esiste più: è un oggetto che si trasferisce prevalentemente nelle ore notturne ma che non vive come dovrebbe essere, e ci auspichiamo possa essere, la dimensione sociale della vita e del borgo.

A Roma, come nelle altre grandi città, occorre decentralizzare il potere per andare incontro ai cittadini e far recuperare loro il senso di comunità, come un tempo avevano i rioni e che si è smarrito con l’arrivo delle periferie-borgate. Attraverso una decentralizzazione del centro in tante realtà, andando a ripensare le periferie come borghi, possiamo così recuperare quell’umanità perduta. Mai come ora la questione turistica dei borghi può accostarsi e marciare di pari passo con la questione sociale delle periferie.

Mettere in rete gli elementi di cui stiamo discutendo potrebbe essere, inoltre, un volano rivoluzionario per il settore del turismo. Soprattutto all’aria aperta, il turismo dei cammini che sembrava elitario qualche anno fa, oggi sta prendendo pian pianino sempre più il sopravvento, rispondendo all’esigenza di una maggiore ricerca e di percezione dei contenuti in modo tale da poterle letteralmente introitare. Non esiste più il turismo di tanti anni fa, il modello triangolare per cui prendo l’aereo per andare dall’altra parte del mondo, resto sette giorni in un villaggio turistico e ritorno alla bellezza. Oggi è il cammino a essere il senso stesso del viaggio, ancor più della destinazione.

Il mondo non ha la possibilità di avere altrettanta offerta di borghi come l’Italia. Noi siamo fortunati. Dobbiamo soltanto mettere a sistema il nostro tesoro nazionale, partendo dalla re-residenzialità dei borghi, per riscoprire le bellezze della nostra Italia e per offrirle alla domanda di un turismo che oggi diventa sempre più ricercato ed esigente.

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