
di Fabio Rampelli
Il “Declino” immaginario: se la sinistra non sa più leggere i grafici.
C’è un’attività che a certa sinistra riesce meglio della politica: il catostrofismo creativo. Da anni ci raccontano la fiaba di un’Italia in macerie, una Nazione “fanalino di coda” destinato all’irrilevanza, un malato terminale che non sa più produrre né crescere. Peccato che, a differenza dei loro editoriali, l’economia sia fatta di numeri. E i numeri, si sa, sono testardi: non votano e, soprattutto, non mentono.
Se leggiamo i dati reali pubblicati oggi sul Messaggero — quelli veri, non quelli filtrati dalle lenti scure del pessimismo ideologico — scopriamo che l’Italia degli ultimi dieci anni ha smesso di trascinarsi. Dal 2014 al 2024, il nostro PIL pro capite ha rialzato la testa, con una spinta che nel post-pandemia ha lasciato al palo i “primi della classe”. Mentre a Berlino si interrogano su come gestire una locomotiva tedesca ormai ferma in stazione, l’Italia è tornata a correre più di Francia e Regno Unito.
Ma la propaganda del declino ha i suoi dogmi. Se l’economia cresce, dicono, è solo “merito del Superbonus” (come se l’industria 4.0 e l’export record fossero allucinazioni collettive). Se gli investimenti aumentano, è “merito del PNRR” (che però, quando fa comodo, diventa improvvisamente un fallimento gestionale). La realtà è che il sistema Italia, grazie al Governo Meloni, ha dimostrato una resilienza che fa saltare i nervi a chi sperava nel crollo per poter gridare al disastro.
C’è un vizio di fondo in questa narrazione: l’uso del “passato remoto” per giudicare il presente. Per dare ragione alla tesi del declino, i detrattori devono per forza pescare dati di trent’anni fa, ignorando volutamente che il vento è cambiato. È come dare del fallito a un maratoneta che sta vincendo la gara perché dieci anni fa aveva il gesso alla gamba.
La verità è che l’Italia non è più la Cenerentola d’Europa. È un Paese che investe, che riforma e che, nonostante le gufate, ha recuperato una centralità economica concreta. Continuare a dipingere un’Italia in ginocchio non è solo un errore statistico: è un atto di autolesionismo politico. Forse è ora che la sinistra metta via il pallottoliere rotto e accetti la realtà: la crescita non è un’opinione, e l’Italia non ha nessuna intenzione di assecondare i loro sogni di declino.
Complimenti onorevole per l’articolo giornalistico