
Abbiamo discusso a Catania di cultura e turismo, nella terra di Giovanni Verga, Luigi Pirandello, Archimede di Siracusa, Antonello da Messina, Costanza D’Altavilla, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri, Federico II di Svevia, fino ad Al Pacino, Giuseppe Tornatore e Fiorello. Circondati virtualmente dalla Valle dei templi, Selinunte, Segesta e ancora il teatro di Siracusa e quello di Taormina, il barocco, la vite ad alberello di Pantelleria e il nero d’Avola… E molto altro ancora.
Un elogio dell’identità, insomma, perché questo occorre capire una volta per tutte:
i cittadini del mondo vogliono conoscere l’Italia, non cercano certo le sue periferie, inseguono borghi, monumenti, paesaggi naturali e castelli, montagne mozzafiato e mari a perdita d’occhio, cercano l’identità in ogni sua forma. Mentre per paradosso noi rincorriamo la cultura indistinta, confondendo ciò che è universale e può attraversare il tempo con il cosmopolitismo noioso. Se il turista desidera vedere grattacieli va a New York, Shangai o Dubai, né a Milano tanto meno a Roma. Se vuole annusare l’architettura moderna va al Foro Italico o all’Eur, se cerca le città giardino – il modello comunitario dell’abitare – va a Garbatella o a Montesacro, forse perfino a Milano Due, cioè cercherà le città giardino italiane, non visiterà Corviale né il quartiere Zen di Palermo. Ferite indelebili lasciate dalla cultura materialista, capitalista e marxista, sul territorio nazionale.
Promuoviamo con convinzione i nostri beni, e continuiamo a produrre arte, cultura, architettura, che trasmettano la nostra identità nel nostro tempo. Contrastiamo il villaggio globale che ci vorrebbe tutti uguali, con la stessa lingua, stesse forme, identici spartiti, stesso vomitevole grigiore.
La bellezza insomma è identità e diversità.
